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City Making. Spazi e funzioni nei progetti di innovazione

di Paolo Cottino, urbanista e policy designercuratore del convegno “Futuro Periferie. La cultura rigenera”.



“In questi anni di studio abbiamo cambiato il nostro approccio interpretativo delle periferie urbane, che non supera ma si integra alle modalità tradizionali che solitamente si concentrano sul disagio sociale e sul degrado fisico – spiega Paolo Cottino -. Oggi è fondamentale dedicare le nostre attenzioni al contenuto funzionale dei territori e agli eventuali squilibri che sussistono tra le diverse parti della città – commenta Paolo Cottino, urbanista, policy designer, e uno dei curatori del Convegno – La cultura può assumere un ruolo determinante per costruire un nuovo mix funzionale, fattore decisivo per generare quel carattere urbano che manca alle periferie. In tal senso la gestione degli spazi diventa uno strumento fondamentale per identificare il contenuto funzionale dei progetti”. 

L’assenza di mix funzionale che caratterizza le periferie contemporanee

Nell’epoca in cui il tema della mixitè funzionale occupa un posto più che mai di primo piano nel dibattito sulla città, si apre lo spazio per un modo nuovo di interpretare la periferia che integra e completa le più tradizionali visioni focalizzate sulle condizioni di disagio sociale e degrado edilizio. Una interpretazione che spinge a guardare alla monofunzionalità, alla povertà di servizi e all’assenza di mix, come le caratteristiche delle aree periferiche che segnano la differenza rispetto alla varietà e alla compresenza di vari tipi di attività che caratterizzano le aree percepite come centrali. Questa visione della periferia come luogo segnato dalla “mancanza di mixitè”, appare ancora più evidente se dai confini della città principale allarghiamo lo sguardo a considerare il contesto metropolitano, contraddistinto dalla presenza diffusa di tessuti monofunzionali (residenziali, produttivi, commerciali,…), luoghi spesso anonimi che offrono un limitato spettro di possibilità a chi li abita. Ne consegue che in questi territori la rigenerazione debba orientarsi prevalentemente verso obiettivi di rivitalizzazione (sociale, culturale ed economica): non è infatti un caso che il mix, ed in particolare il mix funzionale, venga sempre più frequentemente assunto tra i principi fondamentali a cui ispirare le politiche di sviluppo delle aree marginali. Programmi e progetti di rigenerazione mirano ad introdurre nuove funzioni, ad attivare nuovi servizi con cui articolare l’offerta locale e garantire nuove prospettive e opportunità: è da questo punto di vista che la cultura, le attività culturali in senso ampio (ad includere consumo e produzione culturale) possono essere una leva di riscatto per le periferie.  

City making: la riconfigurazione del progetto nell’ottica della rigenerazione

Tuttavia non esistono, nel campo dei progetti urbani, mix ideali, né tantomeno ricette precostituite: in una fase in cui le domande espresse dalla società urbana si fanno mutevoli e si affermano in modo prevalente modelli funzionali ibridi, non è più possibile procedere limitandosi come in passato ad assegnare destinazioni d’uso agli spazi. I casi e le esperienze che abbiamo considerato esprimono infatti una comune tensione ad affrontare la promozione dell’offerta culturale secondo modalità significativamente diverse. I loro protagonisti si calano negli spazi della città e mettono (anzi rimettono) in gioco beni e immobili seguendo una logica differente, che il ricorso al concetto di city making ci può aiutare a capire meglio. Infatti il termine city making – di recente affermazione nel dibattito specialistico – contribuisce ad individuare proprio quelle innovazioni dell’approccio al progetto urbano che si abbinano allo spostamento di attenzione dalla prospettiva della “riqualificazione” alla prospettiva della “rigenerazione”: mentre la prima attribuiva centralità e priorità al progetto “fisico/architettonico”, la seconda si accompagna ad una visione per cui progettare nella città significa prima di tutto e soprattutto occuparsi di promuovere “connessioni” tra diversi elementi costitutivi della realtà urbana, ed in particolare tra quelli che costituiscono l’hardware (fattori fisici, materiali, ambientali,…) e il software (fattori sociali, immateriali, economici,…). Non si tratta di relazioni scontate né di facile individuazione: il progettista esplora i potenziali di trasformazione della città intesa come insieme di spazi abitati o abitabili (o “luoghi”) e costruisce (e mette alla prova) ipotesi circa le possibilità di integrazione tra attori, risorse, problemi e opportunità che possono veicolare (e rendere fattibili) nuovi modelli di urbanità. Questo lavoro combinatorio e ricombinatorio e questo orientamento ad “assemblare” ingredienti ed elementi tradizionalmente tra loro separati e sconnessi, giustifica il ricorso al termine city making: così come i nuovi makers nel campo della tecnologia e dell’artigianato, anche i “creatori di nuovi luoghi urbani” (che includono, oltre ed insieme alle istituzioni competenti, uno spettro articolato di soggetti tra cui associazioni, cittadini, imprenditori creativi, professionisti, società civile,… ) maneggiano ingredienti molteplici, sviluppano strategie adattive e riutilizzano “scarti”, mettono in campo sperimentazioni, ipotizzano meccanismi sinergici e procedono per step incrementali. In altre parole affrontano la complessità dell’ambiente urbano contemporaneo secondo un approccio creativo di valorizzazione delle risorse esistenti e delle opportunità contingenti.  

Processi di riuso degli spazi come strategia progettuale nelle periferie

La realtà delle periferie, da più parti considerate come “territori in cui la complessità sociale contemporanea si manifesta nelle forme più difficili e esasperate”, costituisce pertanto da questo punto di vista un laboratorio privilegiato per il city making. Nelle periferie il city making è reso particolarmente complicato dalla povertà del sistema di risorse attivabili, ma è al tempo stesso reso particolarmente necessario in ragione degli impatti negativi che la condizione di isolamento e la mancanza di opportunità determinano sulla vita di chi le abita. Una riflessione – come quella sviluppata dal Convegno – sulle esperienze di intervento nei contesti periferici fondate sulla “leva culturale”, offre una importante occasione per mettere a fuoco il modus operandi di questo approccio innovativo nel campo della progettazione. In tutti i casi considerati l’uso e la riattivazione sperimentale di spazi da tempo inutilizzati e dismessi ha rappresentato la scelta privilegiata (in alcuni casi la condizione indispensabile) per elaborare la proposta culturale più appropriata e opportuna all’interno di ciascun contesto territoriale. I progetti di rigenerazione culturale che abbiamo considerato raccontano di processi di disvelamento (progressivo e incrementale) delle potenzialità degli spazi, che si determinano attraverso modalità gestionali attente ad attivare e mantenere un dialogo aperto con la realtà circostante, tramite cui apprendere e in base al quale orientare processi organizzativi di nuove funzioni.   I promotori dei progetti di rigenerazione culturale sono pertanto tanto più efficaci quanto più abili a valorizzare gli spazi inutilizzati come infrastrutture materiali/piattaforme abilitanti per processi creativi di natura collettiva. Le pratiche di riuso, e il metodo progettuale che ad esse si appoggia nell’ottica della rigenerazione, possono senz’altro fornire indicazioni utili ad orientare successivamente la ristrutturazione architettonica degli spazi, ma sono soprattutto e prima di tutto occasioni insostituibili per comporre il contenuto funzionale del progetto. In alcuni casi riattivazioni temporanee, leggere e diffuse servono semplicemente per creare interesse attorno a nuovi possibili campi d’azione e innescare processi di attivazione degli altri attori del territorio. A partire da occasioni di riuso e attraverso le pratiche culturali si sviluppano nuove relazioni e meccanismi combinatori che, quasi mai del tutto lineari e prevedibili a priori, necessitano di tempo e di gradualità, oltre che di una progettazione sempre sostenuta da forti motivazioni e orientata da intenzionalità strategiche. Il progetto, concepito in questo modo – ossia come processo di attivazione delle competenze delle comunità attorno alle opportunità garantite dagli spazi – contribuisce ad alimentare percorsi di rigenerazione dei territori e permette forme di apprendimento per le politiche. E’ pertanto il contributo che queste iniziative sono in grado di apportare rispetto ai più generali obiettivi di rivitalizzazione dei contesti, insieme alla valutazione dell’impatto sociale da esse direttamente o indirettamente generato, che nell’ambito dei meccanismi di concessione degli spazi e degli immobili inutilizzati dovrebbero essere assunti come criteri premianti (al posto dei requisiti stingenti sulla natura dei soggetti e delle attività ammesse), se si intende valorizzare il patrimonio in una prospettiva di rigenerazione. “In questi anni di studio abbiamo cambiato il nostro approccio interpretativo delle periferie urbane, che non supera ma si integra alle modalità tradizionali che solitamente si concentrano sul disagio sociale e sul degrado fisico – spiega Paolo Cottino, uno dei curatori, urbanista e policy designer -. Oggi è fondamentale dedicare le nostre attenzioni al contenuto funzionale dei territori e agli eventuali squilibri che sussistono tra le diverse parti della città – commenta Paolo Cottino, urbanista, policy designer, e uno dei curatori del Convegno – La cultura può assumere un ruolo determinante per costruire un nuovo mix funzionale, fattore decisivo per generare quel carattere urbano che manca alle periferie. In tal senso la gestione degli spazi diventa uno strumento fondamentale per identificare il contenuto funzionale dei progetti”.    

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