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Cultura, la dimensione immateriale per lo sviluppo della città

di Ezio Micelli, Docente all’Università Iuav di Venezia, e curatore del convegno “Futuro periferie. La cultura rigenera”.

Una geografia delle periferie italiane.

“Le mutazioni della società e dell’economia italiana a partire dalla seconda metà del decennio scorso hanno avuto conseguenze importanti per le città del Paese – spiega Ezio Micelli, Docente all’Università Iuav di Venezia, e uno dei curatore del convegno -. La riconfigurazione dei territori ha reso alcuni luoghi massimamente centrali – è il caso in particolare di alcune grandi aree metropolitane -, altri invece periferici e quasi abbandonati. Tra questi ultimi sono comprese non solo le aree periurbane realizzate negli anni del boom – e oggi bisognose di intervento da un punto di vista fisico come da quello sociale ed economico -, ma anche luoghi che conoscono inediti fenomeni di abbandono tali da metterne in discussione ruolo e funzione. E’ il caso, alla grande scala, delle aree interne alle prese con fenomeni demografici ed economici preoccupanti. E’ il caso, ancora, di luoghi che per anni abbiamo tradizionalmente considerato al riparo da qualsiasi fenomeno di impoverimento e marginalizzazione, come i centri storici di alcune città, in particolare nel sud e nel centro”. Investire sulla conoscenza Con quale strategia e con quali risorse, materiali e immateriali, il nostro Paese affronta la rigenerazione di questi luoghi? Il tema è centrale per dare sostanza a espressioni come inclusione sociale, sviluppo diffuso, pari chance nei diversi territori della penisola. Le forze del mercato non sembrano nelle condizioni di portare un contributo decisivo: le attività del comparto delle costruzioni segnano da anni il passo e l’attenzione non è certo rivolta ai luoghi marginali, quanto alle ultime aree capaci di mettere insieme sviluppo economico e crescita demografica. La strategia deve essere dunque pubblica e deve mobilitare le risorse di cui il nostro Paese è ancora ricco: in primo luogo, la sua cultura, nel suo senso più ampio e complessivo. Per dirla con le parole dell’economia, si tratta di puntare sul capitale umano e sul capitale sociale del Paese, sulla sua ricchezza immateriale. Un’inversione sostanziale rispetto a schemi logici e operativi consolidati che, in forma implicita o esplicita, hanno sempre assunto la cultura come subordinata dello spazio e non come protagonista della sua significazione e trasformazione. Cultura, concetto plurale L’indagine sul campo evidenzia come sia prioritario assumere la cultura in termini aperti e plurali. Le esperienze rilevate evidenziano come la cultura conosca declinazioni numerose e tutte meritano di essere considerate con attenzione. La cultura delle arti nel loro insieme, senza particolari distinzioni di genere, è al centro di processi di rigenerazione dal basso che assumono carattere paradigmatico sia perché sono a fondamento di una radicale risignificazione dei luoghi (è il caso, ad esempio, di Favara nei pressi di Agrigento), sia perché divengono nuovo motore dello sviluppo economico e urbano (come nell’esperienza di Mareculturale a Milano). Tuttavia la cultura è anche risorsa per dare nuova vita a pratiche e saperi consolidati: essa innerva la nuova manifattura digitale e artistica nello spazio Grisù a Ferrara come nel progetto dell’ex Fadda a San Vito dei Normanni; riorganizza saperi consolidati come quelli delle produzioni agricole, come avviene in alcune esperienze milanesi; configura in modo originale i servizi del welfare integrandoli e dando nuova forma e spessore alle politiche dell’inclusione. Il patrimonio come risorsa Il punto di partenza di simili processi è nella maggior parte delle esperienze il patrimonio pubblico che, in questo modo, cambia ruolo e natura. Gli immobili pubblici smettono di essere improbabile giacimento di valore economico e finanziario da sfruttare secondo modelli omologhi a quelli del settore privato. Si trasformano invece in infrastrutture a sostegno di una società e di una economia in evoluzione. Caserme abbandonate trasformate in fab lab, vecchie sedi amministrative rigenerate in atelier d’artisti e spazi creativi, terre abbandonate rimesse a valore con produzioni agricole innovative: le forme della rigenerazione sul campo assumono il patrimonio pubblico come opportunità irrinunciabile per produzioni, servizi e attività costantemente innervate dal capitale culturale di una comunità. I valori in gioco Se le forze del mercato sembrano restie e indifferenti rispetto alla trasformazioni di luoghi perché profitti e rendite risultano del tutto inadeguati, le amministrazioni pubbliche devono pensare alla creazione di valore in forme originali. Devono prima di tutto ragionare sulla natura del valore stesso: non più assimilabile al valore economico e finanziario che è possibile estrarre dagli immobili, ma un valore legato alla costruzione di più solide e durevoli condizioni di sviluppo; un valore che si sostanzia in un accrescimento del capitale umano e sociale per uno sviluppo capace di promuovere la differenza e l’originalità di società ed economie locali. Un valore che tuttavia deve emergere nel medio lungo periodo anche in due forme peculiari. La prima riguarda la ricchezza dei territori, nella forma dell’imprenditorialità e dell’occupazione giovanile, nelle chance di futuro a disposizione. Non si tratta, in altre parole, di sostenere generiche pratiche di associazione e partecipazione, quanto invece di liberare energie per uno sviluppo durevole di comunità altrimenti destinate alla marginalità. La seconda riguarda i luoghi della rigenerazione e del cambiamento. Le relazioni di natura sociale ed economica che hanno luogo negli interventi di rigenerazione devono trovare un corrispettivo nella forma dei luoghi, la cui qualità deve essere chiaramente riconoscibile. Il riuso deve generare forme originali, facendo crescere estetiche e linguaggi cui peraltro la ricerca dedica da anni grande attenzione. La cultura del progetto dovrà essere a fondamento di progetti capaci di dare nuovo valore agli spazi delle nostre periferie, concorrendo a restituire loro, anche fisicamente, una qualità e un senso che oggi sembrano perduti.

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