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Organizzazione e partecipazione: apertura, connessioni e funzioni

di Andrea Mariotto, esperto in Politiche Pubbliche del territorio e curatore del convegno “Futuro Periferie. La cultura rigenera”.



“Il tema è quello del riconoscimento e della valorizzazione delle iniziative dal basso capaci di arricchire di nuove funzioni un contesto urbano – spiega Andrea Mariotto -. Un utile contributo alle iniziative culturali più promettenti in questo senso, può essere apportato dalla Pubblica amministrazione a partire dalla massima chiarezza rispetto alla disponibilità di spazi e alle modalità di accesso. Rispetto a quanto fatto negli anni scorsi con gli incubatori, qui a contare non sono tanto i requisiti ‘aziendali’ dei soggetti attivatori, quanto le capacità di sperimentare e di produrre servizi innovativi. Solo a valle di una sperimentazione infatti potremo capirne il valore e le potenzialità anche in termini di rigenerazione urbana. Per quanto concerne il tipo di supporto, tralasciando le risorse finanziare, ormai scarse ovunque, possiamo pensare alla messa in gioco di risorse di tipo relazionale, per ampliare le cerchie di riferimento, spesso ristrette, e per facilitare l’unione di più progettualità. Le valutazioni rispetto alla ‘bontà’ e all’utilità delle iniziative non si possono inoltre fermare alla loro capacità aggregativa e attrattiva, ma devono guardare alla capacità di perseguire obiettivi occupazionali e di auto sostentamento economico”.

Le istanze dal basso, capaci di aggregare un pubblico attorno a uno spazio e a delle produzioni culturali nascono da principi molto pragmatici, legati alle opportunità del momento e alle disponibilità soggettive, più che da un piano o da una esplicita strategia. Un’azione amministrativa che colga questa vitalità e ne faccia elemento di rigenerazione urbana non può prescindere da tali caratteristiche e va condotta a partire da una strumentazione analitico-operativa in grado di cogliere i principi di strutturazione di gruppi informali; le dinamiche congruenti e incongruenti con finalità pubbliche; i ruoli di attivatori, facilitatori, promotori, gestori e networker giocati dai vari soggetti. Si tratta in pratica di superare drasticamente gli approcci classici di partnerariato pubblico-privato, e di fornire apporti in termini di: nuove connessioni (ampliamento del campo relazionale); maggior grado di apertura (incremento della legittimità delle esperienze); articolazione delle funzioni (in ragione della eterogeneità dei soggetti coinvolti).

Istanze dal basso e principi di strutturazione

I casi mostrano una varietà di situazioni: da quelle promosse e coltivate dalle pubbliche amministrazioni locali a quelle che per vari motivi risultano distanti dall’azione amministrativa. La gran parte delle esperienze comunque nasce da un’istanza dal basso, e dal punto di vista della pubblica amministrazione tale istanza può essere: antagonista, tollerata, appoggiata o fatta propria. Occupandoci di casi in cui la legalità è pienamente rispettata il riferimento è prettamente a situazioni che da tollerate, eventualmente, nella loro fase nascente, vengono appoggiate e fatte proprie. L’istanza dal basso e un progressivo allargamento in senso partecipativo della schiera di soggetti coinvolti sono spesso determinanti per definire le funzioni che saranno ospitate da un dato luogo e il progetto gestionale complessivo. I punti di forza che emergono sono soprattutto nella capacità di re-inventare spazi vuoti e di formare delle strutture organizzative, con rispettive leadership, appena sufficienti a sostenere azioni di carattere temporaneo ma flessibili e pronte a modificarsi nel tempo.

Per una regolazione leggera

Alcune esperienze ci mostrano che capacità di visioning e di attivazione dal basso possono essere sostenute mediante forme leggere di regolazione e di strutturazione. Il ruolo di regolatore leggero è sicuramente svolto dalle fondazioni allorché promuovono e orientano le progettualità attraverso meccanismi premiali. Per quanto concerne le pubbliche amministrazioni la questione è un po’ più controversa, perché sostanzialmente non c’è una giurisprudenza certa in materia – anche se come dice uno degli esperti il nostro ordinamento ammette, consente e permette, e quindi le forme di regolazione si possono innovare – e non c’è nemmeno una tradizione amministrativa su cui poggiarsi: i regolamenti dei beni comuni, e i patti tra cittadini e amministratori cui rinviano, sono ancora poco diffusi e comunque sono ancora strumenti più politici che tecnici. Così l’intervento da parte della PA denota ancora un interesse per la regolazione dal punto di vista patrimoniale più che non organizzativo-gestionale. Ciò si traduce in percorsi più o meno tortuosi, anche a seconda del commitment politico su cui sono basati, che tuttavia sono condotti su aspetti non percepiti come rilevanti da parte degli attori principali esterni alla PA. Solo il consolidamento di queste esperienze nella pratica amministrativa e un’attenzione maggiore per cosa accade in questi processi relativamente alle forme organizzative, permetteranno di intessere relazioni tra basso e alto caratterizzate dalla massima trasparenza e possibilmente da un unico metro di valutazione nei vari contesti.

Limiti della monosettorialità

Nei casi in cui la PA locale svolge un ruolo più deciso, che arriva anche alla gestione diretta delle attività, (v. Follonica, Alghero, Santo Stefano di Magra, …) è la monosettorialità dell’approccio a limitarne il potenziale. Le operazioni di riuso condotte dall’alto necessitano infatti di un commitment politico ampio, con apporti da più settori e uno spazio nell’agenda politica locale, per sortire effetti riconoscibili di rigenerazione urbana, ma anche semplicemente ai fini della caratterizzazione e della competitività delle iniziative. Al contrario, l’assunzione delle iniziative in seno a uno specifico settore amministrativo tende a non valorizzare la pluralità di aspetti e valenze che tali iniziative esprimono o potrebbero esprimere. Ne nascono così spazi che, seppure chiamati in modo diverso riecheggiano ‘centri aggregativi giovanili’, ‘case delle associazioni’ o ‘spazi educativo-museali’, di non particolare interesse per il tema qui trattato, perché legati più ad un’idea di servizio (o addirittura di standard urbanistico) che di infrastruttura.

Connettere, aprire, articolare

Come valorizzare quindi la vitalità imprenditiva che si manifesta in un dato contesto? Innanzitutto i promotori di queste iniziative, qualsiasi forma giuridica assumano, vanno considerati come co-produttori delle politiche di rigenerazione. Senza di essi potremmo dire la rigenerazione non si dà (e ricadiamo piuttosto in operazioni di riqualificazione se non di vera e propria cosmesi). L’attivazione di un gruppo sociale anche ristretto verso l’acquisizione a qualche titolo di uno spazio per produrre qualcosa che abbia, anche potenzialmente, una valenza/ricaduta pubblica, è di per sé uno spunto importante sia per fare emergere bisogni sociali e disponibilità locali, sia per impostare un’azione amministrativa complementare. È bene inoltre sgomberare il campo dall’idea che l’ente pubblico in queste situazioni debba cedere potere o addirittura ritrarsi e abdicare in favore di altri attori nuovi o vecchi che siano. L’idea è piuttosto che debba interagire a più livelli, dal micro al macro, sostanzialmente fornendo al processo in atto: nuove connessioni; un maggior grado di apertura; e una funzionalità più articolata. Le nuove connessioni sono essenzialmente da porre con le politiche in atto, con le risorse già accessibili, e con le opportunità che si presentano. Sono connessioni tra luoghi in un dato contesto urbano, ma anche tra contesti urbani. Connettere in questo senso sta per rendere più solido il progetto culturale mettendo a disposizione un campo relazionale di cui i soggetti urbani spesso non beneficiano, in quanto divisi spesso per appartenenze, provenienze culturali, ecc. Un maggior grado di apertura è da intendersi come possibilità che non solo diversi pubblici possano accedere agli spazi, ma che sia anche facilitato il passaggio da fruitori passivi a produttori attivi per i soggetti che entreranno in contatto con le esperienze in corso. Ciò significa in pratica l’affinamento di capacità di ascolto e di orientamento, anche con finalità di incremento della legittimazione di cui devono godere queste esperienze. Una funzionalità più articolata rimanda alla questione del mix e tende in definitiva alla durata delle esperienze che possiamo assumere come direttamente proporzionale alla eterogeneità tra i soggetti coinvolti e tra le rispettive azioni con ricadute anche sull’attrattività del progetto.

Ruoli e strumenti operativi

Se questo è il tipo di supporto che può essere operato dalla PA, anche il sistema dei ruoli va sostanzialmente rivisto. Infatti, una distribuzione di ruoli legati al titolo di godimento di un dato bene tra proprietario, affittuario, comodatario, non rappresenta alcunché di significativo nei casi analizzati e così anche la natura giuridica dei soggetti operanti non risulta determinante per il successo di un’iniziativa. Certo, è bene risolvere una serie di questioni patrimoniali, ma il fatto che un bene sia stato affittato ovvero sia dato in concessione non sembra di particolare importanza per quanto concerne le funzioni che può assolvere né per il suo contributo a un processo di rigenerazione urbana. I ruoli determinanti sono invece quelli di attivatore, iniziatore, promotore, facilitatore,sviluppatore, gestore/amministratore, e networker, ed è a partire da una valutazione pragmatica rispetto a quali di questi ruoli siano presenti (carenti o assenti) che la pubblica amministrazione può offrire, eventualmente, un proprio contributo. Se vogliamo intervenire positivamente in questi contesti dobbiamo quindi dotarci di una strumentazione nuova, capace di cogliere i principi di strutturazione di gruppi informali, le dinamiche congruenti o incongruenti con finalità pubbliche e le possibilità di moltiplicare gli esiti di rigenerazione urbana cui possono dare adito. Va richiamata pertanto una nozione di partecipazione molto laica e, se si vuole, anche squisitamente strumentale, in quanto solo attraverso un approccio partecipativo possono essere incrementate l’eterogeneità dei soggetti, le contaminazioni tra saperi, le chance di innovazione, la legittimità degli apporti da parte pubblica e la schiera di soggetti che imputano senso e valore al processo e agli esiti (materiali e immateriali) prodotti.

   

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